Lo strano caso del polipo intelligente

In Nuova Zelanda i responsabili del National Aquarium si sono resi conto della scomparsa di un polpo che ha approfittato del coperchio mal posizionato. Sembrerebbe che il polpo si sarebbe arrampicato su per la vasca uscendo dal coperchio rimasto socchiuso, sarebbe poi scivolato lungo la porta di vetro fino a raggiungere il pavimento. Di lì avrebbe imboccato un tubo di scarico lungo 50 metri per raggiungere il mare e... la libertà. Non c'è da meravigliarsi se si considera  che l'octopus vulgaris ha capacità mnemoniche e di attenzione molto sviluppate che gli consentono comportamenti flessibili: è capace di utilizzare oggetti per procurarsi cibo, per nascondersi e per giocare, sa trovare la strategia giusta per muoversi in un labirinto artificiale ed apprendere per imitazione. Il suo cervello è dotato di 300 milioni di neuroni i 2/3 dei quali sono distribuiti sui tentacoli.

Neurobiologia: la molecola che è alla base di tutte le dipendenze




















L'aumento del rilascio di dopamina, un neurotrasmettitore cerebrale, provocato dall'assunzione di sostanze stupefacenti viene collegato all'esperienza soggettiva di piacere e alle circostanze ambientali in cui la sostanza viene assunta. Qualsiasi esperienza noi facciamo il cervello apprende e tende a ripeterla se si verificano le medesime situazioni in cui essa si è verificata. Situazioni  associate all'assunzione della droga possono stimolare, perciò, un rapido rilascio di dopamina e far aumentare,  rapidamente, il desiderio della sostanza. In corrispondenza del comportamento di ricerca della sostanza e del vissuto soggettivo si sono formate connessioni sinaptiche che possono

 Il   “CENTRO DI PSICOLOGIA UMANISTICA E ANALISI FENOMENOLOGICO-ESISTENZIALE”

                                                                       (Soggettività e Psicologia del femminile)

                                                                                               Presenta:

                                                                                  
                     Simone Weil:

                            una vita vissuta nella radicalità e nell’autonomia del  pensiero  

                                                             Proiezione del film

                         “La stelle inquiete” In ogni passione avvengono prodigi”

                                                 di Emanuela Piovano

                                                         Martedì 8    Marzo ore 16                               

                                                              Sala San Benedetto

                                                     Banca Popolare del Cassinate(corso della Repubblica)

Intervengono:

Magda di Renzo, psicoanalista, psicoanalista junghiana responsabile del servizio di psicologia e           psicoterapia dell’età evolutiva Dell’Ist. Di Ortofonologia di Roma

Maria Felice Pacitto, psicologa- psicoterapeuta, filosofa della mente responsabile Centro Psicologia Umanistica

 

Nell’ambito del progetto: Soggettività e Psicologia del femminile

 

Per informazioni:Centro Psicologia Umanistica, 0776/25993; cell.3382481768

 

 

 

 

 


Ogni qual volta si verifichi una  innovazione tecnologica si teme che il lavoro degli uomini possa essere sostituito dalle macchine. I progressi degli ultimi decenni hanno mostrato che è possibile immaginare un prossimo futuro in cui le aziende, le fattorie, le fabbriche e le reti di distribuzione, possano essere completamente automatizzati e così rifornire la popolazione di tutto il cibo e prodotti di cui ha bisogno .Molti lavori intellettuali potranno essere automatizzati: dall’assistenza clienti, ai pagamenti, a una parte dell’assistenza ospedaliera. Robot sempre più complessi e sofisticati vengono prodotti, che andranno a sostituire il lavoro degli uomini ma non c’è da preoccuparsi perché il progresso, oltre  a creare nuove forme  di lavoro tende a creare nuovi bisogni. Piuttosto che la forza -lavoro umana non scomparirà nel futuro si basa su un’altra considerazione: sul fatto che noi siamo esseri umani e che abbiamo, fondamentalmente, bisogno di relazione.E’ per questo che piuttosto di comprare e consumare cibi preconfezionati preferiamo andare al ristorante; per lo stesso motivo piuttosto che sfacchinare sulla cyclette in casa preferiamo andare in palestra,  dove non solo muoviamo il corpo e lo alleniamo ma troviamo anche qualcuno con cui parlare e che ci sta ad ascoltare. Per lo stesso motivo preferiamo andare in un piccolo negozio di alimentari dove troviamo la persona che ci serve da una vita e magari ci consiglia sul prodotto che sa che ci piace di più e nel farlo mostra di interessarsi a noi.   Per lo stesso  motivo, i docenti, nonostante tutte le tecnologie,  rimangono insostituibili per il semplice fatto che ne trasmettere contenuti fondamentalmente danno relazione umana e scambiano emozioni ed affettività.

L'abuso di alcol tra i giovanissimi:: una vera emergenza














Il mondo dell’alcolismo è profondamente cambiato. Una volta, quando  si parlava di alcolista veniva in mente un soggetto vecchio barbuto, abbrutito  e cadente. Oggi, invece, il bere( e il bere tanto) è diventato quasi normale e si comincia a bere ad un’età molto precoce. La maggior parte dei casi di ricovero da intossicazione alcolica è costituita da  ragazzi, anche di 12 anni: il “binge drink”, l’abbuffata di alcol regolarmente una volta settimana ,dilaga. Una vera emergenza considerando i danni che l’alcol procura in soggetti al di sotto dei 25 anni. Prima dei 25 anni il cervello è ancora in fase di modellamento e si completano e stabilizzano  quelle zone cerebrali deputate al ragionamento e al controllo di sé. L’alcol interferisce con tali processi facilitando invece l’attività cerebrale legata all’impulsività già tipica degli adolescenti . L’abitudine al binge drink (bastano pochi mesi) produce danni cerebrali rilevabili con la risonanza magnetica:  una riduzione irreversibile dell’ippocampo, responsabile dell’orientamento e della memoria. Dunque, una zona fondamentale per la vita della nostra mente considerando che la memoria è la nostra identità. L’alcol danneggia fortemente anche le persone al di sopra dei 65 anni che non riescono a metabolizzarlo e non fa troppo bene neanche a quelli di fascia intermedia tra i 25 e 60 anni Due bicchieri al giorno sono il massimo consentito. Ma, nonostante questi dati allarmanti (il 9% dei ragazzi e il 7/% di ragazze sono consumatori)di alcol non si  parla  perché anche chi si occupa di salute preferisce cavalcare le “mode” e magari affrontare  quei temi  fortemente propagandati dai media, tralasciando  fenomeni ancora più pericolosi e devastanti. E  non se ne parla perché ormai il bere è diventato un rito sociale. Una volta a bere c’era da vergognarsi, si beveva in solitudine per dimenticare. Per  le donne, poi, era del tutto sconveniente bere in pubblico e anche sedersi dinanzi ad un bar. Oggi invece  ci si espone tranquillamente: il bar è diventato come il salotto di casa, ci si incontra e si parla e tra una parola e l’altra  si consuma  il primo e il secondo e il terzo drink, con grande soddisfazione degli esercenti. Bevono i maschi ma  parimenti bevono anche le donne, i ragazzi e le ragazze. L’alcol oggi, come una volta le sostanze da dipendenza , serve per stare in gruppo, per apparire sicuri e “inseriti”.E si tende a”tirare”:  la sbornia non è un incidente ma è voluta e ricercata. E anche nei ristoranti è facile osservare sul tavolo di quattordicenni e quindicenni una bottiglia di rosso.  L'alcol è dabnnoso nonsolo per i danni cerebrali che  procura ma, anche, per gli eventuali fenomeni di violenza e aggressività che possono essere faciliati  dalla liberazione degli impulsi operata dall’alcol.

Anche il linguaggio del corpo può ingannarci!





Siamo abituati a pensare che il linguaggio del corpo non menta. Ma non è  proprio così. Generalmente si ritiene che non guardare in volto una persona è segno di menzogna, un indizio che, accanto ad altri, viene segnalato nei manuali ad uso investigativo. Ebbene, in una ricerca, di qualche anno fa (Mann et al., 2004) in cui dei poliziotti dovevano riconoscere nei video, di alcune persone sospette, i mentitori, risultava che più si era tenuto conto degli indizi raccomandati dal manuale, maggiori erano gli errori di valutazione. Ma perché ci fidiamo dell’indizio del non guardare in volto come segnale di menzogna? Perché siamo spinti da uno stereotipo del tipo: mentire è riprovato eticamente e socialmente per cui se lo facciamo ce ne vergogniamo e abbassiamo gli altri. Da qui al ritenere che abbassare gli occhi sia sinonimo di menzogna il passo è breve! Tra l’altro il linguaggio del corpo è soggetto a variabili culturali: in Giappone ad esempio è segno di male educazione guardare in  volto qualcuno. E neanche la macchina della verità né la fMRI garantiscono alcuna certezza che un soggetto menta: una persona può avere una sudorazione o una accelerazione di battito cardiaco per altri motivi diversi dal mentire e la corteccia frontale mediale può attivarsi ugualmente per altri pensieri  (non del tutto consapevoli) che attraversano la mente.