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Il multitasking non è possibile: ce lo dicono neuroscienze e psicologia cognitiva. Finalmente sanioni per chi guida e parla contemporaneamente al telefonino.





Finalmente  arrivano sanzioni per quelli che guidano tenendo in mano un telefonino o un tablet. Già alla prima infrazione ci sarà il ritiro della patente. Un provvedimento più volte richiesto e sollecitato da chi fa ricerca scientifica.

Mi sono già soffermata più volte su questo tema: l’ultima al recente convegno di Neuroetica e Filosofia delle Neuroscienze organizzato  a Cassino il primo aprile. Una sessione era appunto dedicata al tema del “multitasking” cioè a quella nostra dannosa abitudine a voler fare più cose contemporaneamente, come appunto guidare e telefonare nello stesso tempo.

Finalmente ci si è accorti  che tre su quattro incidenti  (secondo l’ intervistato di turno presso un telegiornale nazionale che mi è capitato di vedere) sono provocati da disattenzione dovuta all’uso di dispositivi elettronici utilizzati mentre si guida. Dati orientati in questo senso erano già stati rilevati in altri paesi. Sicuramente l’Italia arriva tardi anche se lo fa con un certo rigore.  Esiste, infatti, nei vari stati una legislazione abbastanza differenziata . Telefonare mentre si guida è un reato negli USA già da molto tempo e in molti paesi europei. In alcuni di essi si vieta l’uso diretto del telefonino e si



La Shoah e gli immigrati

La giornata della commemorazione  delle vittime della Shoah, mai come quest’anno ha visto il proliferare di iniziative, eventi, conferenze, films, programmi televisivi, offerta di libri sull’argomento. 

Miglia di pagine sono  scritte nel tentativo di spiegare quell’odio pazzo, apparentemente senza ragione, che portò allo sterminio di milioni di Ebrei. Un odio che neanche Sigmund Freud, così appare  dalle conversazioni con Stefen Zweigg, riusciva  a spiegare pienamente. Ma non si trattò solo di un emotivismo cieco che portò a distruggere negozi, a picchiare e ad umiliare gi Ebrei pubblicamente, a calpestare i loro libri sacri, a distruggere le sinagoghe, ad escluderli dalla vita sociale ed economica. Un emotivismo spiegabile, in parte, alla luce di quelle osservazioni che il padre della psicoanalisi aveva fatto, per quell’intuito preveggente che solo i geni possiedono, in Psicologia di massa e analisi dell’IO, sul totalitarismo e sui fenomeni di massa vent’anni prima che essi si producessero. E, successivamente, Wilhelm Reich, in Psicologia di massa del fascismo, testo purtroppo dimenticato, sottolineava come il regime fascista avesse fortemente plasmato le personalità e le coscienze, come la repressione ed il controllo esercitato dai regimi totalitari  facesse aumentare  a dismisura l’aggressività delle persone, aggressività  che trovava, poi, vie di scarica su quelli che erano ritenuti “estranei” e nemici, appunto gli Ebrei. Ma non si trattò solo di emotivismo cieco. Ci furono “ragioni” e queste erano il fattore ideologico e la propaganda del regime che facevano percepire gli Ebrei come estranei e minacciosi. I criminali nazisti sapevano quello che facevano: talora ne provavano disagio ma si sentivano autorizzati a farlo perché gli Ebrei erano diventati non solo estranei ma “non umani”. Il processo di deumanizzazione esercitato da Hitler sistematicamente, che attingeva al peggio della tradizione antisemitica occidentale,  ( gli Ebrei erano definiti bisce, serpenti, pidocchi, polipi…) consentiva alla coscienza dei tedeschi (militari e cittadini